Thursday, 29 November 2007

DA CARACAS



PUBBLICATO SU "LA STAMPA"

CARACAS – “Persino i vescovi della Conferenza episcopale sono scesi in campo con la sottana per fermare questa bellissima riforma. Fanno di tutto per bloccarci ma non ce la faranno; per guidare questa barca ci vuole un capitano con esperienza ed io ho appena iniziato”. Hugo Chavez in piena battaglia, arringa in un palazzetto davanti ai battaglioni delle donne bolivariane, sicurissimo della vittoria nel referendum sulla riforma costituzionale di domenica prossima. Sessantanove articoli che pongono le basi per il nuovo Stato socialista, con più spazio decisionale al Capo di Stato e un nuovo concetto di Potere popolare fondato su comitati di lavoratori, studenti, contadini con capacità di autogestione e finanziamenti pubblici. Principii generali a cui faranno seguito, lo ha anticipato lo stesso Chavez, cento leggi d’attuazione. Ma mentre si prepara l’avvento dell’”uomo nuovo” della democrazia partecipativa, Caracas vive già momenti da economia socialista. Scarseggiano alcuni prodotti di prima necessità come il latte: il presidente vuole sia venduto al prezzo popolare di mille bolivar al litro, i produttori si sono rifiutati, gli scaffali dei supermercati sono vuoti. Nel 2008 saranno importati trenta milioni di chili di latte in polvere dalla Nuova Zelanda, nel frattempo si deve tirare la cinghia. I prezzi crescono ad un ritmo vertiginoso, l’inflazione ha superato il 20%. La moneta è saltata: il dollaro ufficiale vale 2.150 bolivares ma schizza fino a 7.000 al mercato nero. Strategica la Cadivi, l’ente pubblico che regola la vendita di dollari a cambio ufficiale: chi li ottiene può rivenderli al mercato nero e fare la differenza. I trucchi sono tantissimi. Per legge ogni venezuelano può accedere a 5.000 dollari all’anno a cambio Cadivi da spendere per viaggi all’estero; le domestiche o gli autisti della classe alta di Caracas vengono mandati dai loro datori di lavoro a Las Vegas, Miami o ad Aruba con una carta di credito prepagata, comprano le fiches in un casinò, le ricambiano in contanti e li riportano a casa. Altri preferiscono sottoscrivere, per poi rivendere il giorno dopo, i titoli del tesoro pubblici, importare opere d’arte o, se sono stranieri, mandare 300 dollari ufficiali di rimesse al mese ai propri famigliari, che glieli tengono da parte. Per alcuni analisti è proprio la non rosea situazione economica ad aver spinto Chavez a premere l’acceleratore sulla sua riforma in chiave socialista. La propaganda del governo a favore del Sì è onnipresente. Nella moderna metropolitana di Caracas, unico mezzo di trasporto che non collassa nel traffico infernale della città, vengono diffusi quattro jingle di campagna a ritmo di salsa, merengue e rap. La chiamata alla mobilitazione è generale, dai barrios, i quartieri popolari delle periferia, alle fabbriche, ai palazzi dell’amministrazione pubblica tappezzati da slogan rivoluzionari. Uno dei laboratori più interessanti del pensiero chavista è la Scuola Venezuelana di Pianificazione, creata per preparare i leader che dovranno guidare la “geometria del potere” prevista dalla nuova Carta. Si studiano casi specifici, un villaggio rurale, un’area ambientale da proteggere, l’assegnazione di terre a contadini disoccupati. “La nostra rivoluzione – spiega Hernan Crespo, avvocato di 27 anni con pizzetto alla Che Guevara - avanza ad un ritmo talmente dirompente che ha bisogno di un nuovo quadro giuridico. E’ il popolo a volerla, non Chavez! ”. La riforma, però, ha causato le prime importanti defezioni. L’ex ministro della difesa Raul Baduel, compagno d’armi da sempre fedele al presidente, ha parlato senza mezzi termini di un colpo di Stato. “Podemos”, fino a tre mesi fa il secondo partito della coalizione di governo, si è schierato con il NO. “Chavez – spiega alla “Stampa” il suo leader Ismael Garcia, – ha sottostimato il paese. Il modello che lui vuole imporre ha già fallito nell’Unione Sovietica. Con la riforma la proprietà privata non è più un diritto, il mandato di sindaci e governatori può essere revocato per ordine del Presidente, lo Stato controlla tutta l’economia”. I sondaggi più attendibili danno il Si oltre il 50% ma al di sotto degli ultimi exploit raccolti da Chavez. Conta il risultato ma anche le sue dimensioni: per la prima volta in nove anni l’onda lunga della sua rivoluzione potrebbe registrare una significativa flessione.

3 comments:

Alessandro said...

con gran ritardo (rispetto al suo acquisto mattutino), ho aperto solo ora "la stampa"...leggo l'articolo e commenterò.
un saluto
alessandro

fritzmayer said...

bell'articolo. felicitazioni.

ma confessa: che non c'è latte te lo ha detto Armenti! ;)

Alessandro said...

commento pronto su http://latinamericaandcaribbeanwatch.blogspot.com/2007/11/chvez-come-hai-ridotto-questo-paese.html

buona lettura!
saluti
alessandro