Saturday, 21 June 2008

Argentina: cento giorni di sciopero agrario.



PUBBLICATO SU "LA STAMPA"

La “Nueve de julio”, l’enorme avenida che spezza in due il centro di Buenos Aires, piena di autobus che portano alla piazza il popolo peronista in appoggio alla “presidenta” Cristina Kirchner. Lo stesso viale, un giorno e mezzo prima, con migliaia di persone che convergono da diversi punti della città per protestare contro il governo, con l’ormai tradizionale suono dei cacerolazos, pentole e coperchi che battono senza freno. Lontano, ma neanche troppo dalla capitale una cartina geografica perforata da più di trecento blocchi stradali che rendono praticamente impossibile il movimento di persone, merci, camion, autobus. Fotografie di un paese diviso, cento giorni di un conflitto che sta spezzando letteralmente in due l’Argentina e che sembra non riuscire a trovare una soluzione che soddisfi le parti in causa. La crisi del “campo”, come viene chiamata, è iniziata a marzo, con l’annuncio da parte del governo di un nuovo schema di trattenute fiscali sull’esportazione della soia, la vera ricchezza del paese delle pampas, le immense pianure fertili che producono alimenti che finiscono fino alla Cina. Con l’aumento, lo Stato incasserebbe da un terzo a quasi la metà dei profitti, i produttori insorgono. Quella che potrebbe essere una normale, anche se complicata, vertenza di categoria è diventata la questione nazionale per eccellenza. Da mesi non si parla di altro, impossibile l’equidistanza; o stai con Cristina, o con il “campo”. Dopo diversi tentativi andati male, il dialogo fra le parti si è interrotto, negli ultimi giorni la situazione precipita. Sabato scorso uno dei leader della protesta, Alfredo de Angeli, viene prelevato e portato via per un paio di ore dalla polizia, che ha dovuto poi liberarlo per evitare una vera e propria ribellione popolare. Lunedì sera migliaia di persone scendono in piazza a Buenos Aires e in molte altre città del paese con pentole e coperchi contro il governo. Cristina Kirchner appare in televisione a reti unificate annunciando che lascerà al Parlamento la decisione di approvare o no l’aumento. Il giorno dopo, ancora a reti unificate, presenzia una manifestazione nella piazza di maggio, organizzata dal partito peronista, guidato dal marito ed ex presidente Nestor. Davanti a lei le bandiere dei sindacati, gli stendardi dei popolosi e poveri municipi della periferia di Buenos Aires, qualche foto di Evita. Non sono i descamisados di cinquant’anni fa ma studenti, impiegati pubblici, disoccupati organizzati, fruitori degli assegni di assistenza sociale concessi dal governo, molti dipendenti comunali precettati in massa. Un ragazzo di 21 anni di Tucuman è morto accidentalmente quando gli è caduto in testa un lampione di ferro di dieci chili. La sua non era una scelta politica; si era fatto 15 ore di autobus a cambio di un compenso di cento pesos, poco meno di 20 euro. Dal palco allestito davanti alla Casa Rosada, la signora Kirchner carica ancora una volta contro i leader degli agricoltori. “Nessuno li ha votati, eppure si sentono in diritto di bloccare un paese, di decidere chi deve passare o no. Stanno danneggiando la nostra democrazia. Se volete davvero cambiare le cose organizzatevi e presentatevi alle prossime elezioni”. Cristina tiene duro ma in più di tre mesi di conflitto la sua immagine è caduta. La sua intransigenza non paga. “ Certe sue dichiarazioni piacciono – spiega l’analista Ricardo Rouvier – come quando ha spiegato che con i fondi sottratti agli agricoltori si costruiranno scuole e ospedali. Ma in generale possiamo dire che la gente si stia allontanando”. Per l’editorialista della “Nacion” Joaquin Morales Sola, da sempre critico rispetto ai Kirchner, il governo sta fomentando la divisione radicale della società. “Da tre mesi - scrive - spendono soldi pubblici per rispondere con manifestazioni organizzate alla protesta delle campagne e non si cercano soluzioni efficaci per risolvere il conflitto. Il matrimonio presidenziale è convinto che stanno cercando di destituirlo. Il concetto di democrazia come sistema di vita, con il dialogo, la ricerca del consenso più vasto possibile, è per loro un concetto astratto ed estraneo”. A fianco del governo ci sono le organizzazioni dei famigliari delle vittime della dittatura. In ogni suo discorso Cristina Kirchner fa riferimenti agli anni del regime e ha paragonato più volte gli agricoltori con i settori oligarchici che appoggiarono il golpe del 1976. “Siamo con lei – dice alla “Stampa” Mercedes Meroño, delle Madri di Piazza di Maggio – perché crediamo che sia giusto togliere ai settori più ricchi l’eccedente del loro profitto per ridistribuirlo al resto della società. In questi ultimi anni sono diminuiti i poveri e gli indigenti, mentre gli agricoltori hanno fatto fortuna con l’aumento dei prezzi internazionali delle materie prime. Ora devono fare la loro parte”. Il lungo sciopero delle campagne si sta facendo sentire nelle città. In molti supermercati alcuni prodotti come latte, farina, pollo, uova sono razionati, la carne inizia a scarseggiare, le stazioni di servizio chiudono un giorno o due alla settimana. In tre mesi sono stati buttati trenta milioni di litri di latte, trecento milioni di tonnellate di soia sono bloccate nei container, i camion sono bloccati in fila e le consegne non arrivano. Nello stallo, nessuno ci guadagna. Ora la parola passa al Parlamento. Sulla carta il governo dovrebbe farcela ma molti deputati eletti nelle zone rurali già iniziano a defilarsi. A sei anni dal tracollo del 2002, l’Argentina sbatte di nuovo la faccia col fantasma della crisi.

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