Monday, 6 October 2008

La morte a Tijuana, e nel resto del Messico



PUBBLICATO SU "LA STAMPA", 4 OTTOBRE

Sedici uomini morti, distesi a terra con la testa in giù, quasi tutti finiti con un colpo di pistola alla nuca, nei pressi di un supermercato alla periferia di Tijuana. Un messaggio in codice per la banda rivale per l'ultimo colpo dei killer assoldati dai narcotrafficanti in una delle capitali delle grande guerra della droga che sta travolgendo il Messico. Una guerra che ha fatto tremila morti nel 2007 ed altrettanti nei primi otto mesi di quest'anno. Una vittima ogni due ore per le lotte fra clan, le ritorsioni, gli scontri con le forze dell'ordine ma anche per gli attacchi indiscriminati a civili, come quello avvenuto a Michoacan lo scorso 15 settembre, giorno dell'anniversario dell'indipendenza: otto passanti uccisi e un centinaio di feriti per delle bombe lanciate sulla folla. La morte che entra nelle case ogni giorno semina il terrore non più solo nelle zone di frontiera con gli Stati Uniti, le più calde perché è da lì che passa la droga, ma in tutto il paese. I Narcos appaiono invincibili e sono capaci, come è successo questa settimana, di rubare perfino cinque piccoli velivoli dagli hangar dell'esercito. I cessa sono stati ritrovati ieri ma la sensazione di impotenza è forte. Il presidente conservatore Felipe Calderon ha presentato al Parlamento un piano che prevede nuovi interventi dei militari che si aggiungono ai 45.000 agenti già schierati in tutto il paese, nuove leggi per bloccare il riciclaggio di denaro e le transazioni finanziarie sospette, maggior collaborazione con l'estero. Il governo federale spende in questa guerra sei miliardi di dollari all'anno ma i risultati non arrivano. Eppure dei narcos si sa quasi tutto: il modus operandi, le gerarchie, le zone di influenza, le rotte usate per far arrivare la cocaina e l'eroina al grande mercato statunitense. Fino alla metà degli anni Novanta c'erano i colombiani, la coca arrivava dal cielo, in Messico restava quella per il consumo interno. Il “Piano Colombia” antidroga finanziato da Washington ha portato sulle montagne delle Ande e sui cieli del Pacifico nuovi radar ed elicotteri militari, rendendo più difficile il passaggio diretto. Il business non è morto, ancora oggi il novanta per cento della cocaina che si sniffa negli Stati Uniti è colombiana. La droga oggi arriva dal mare, le navi restano al largo, viene scaricata su piccole imbarcazioni che arrivano facilmente sulle coste messicane, vicino ai centri di villeggiatura famosi in tutto il mondo: Puerto Escondido, Acapulco, Manzanillo, Puerto Vallarta ad ovest, Cancun, Tulum, Veracruz nel mar dei Caraibi o nel golfo del Messico. Un business gigantesco, più di 14 miliardi di dollari all'anno, gestito essenzialmente da sette grandi cartelli. Il più grande è quello di Juarez, associato nelle “Federacion” assieme a Valencia e Sinaloa ed in lotta da tempo con Tijuana e Colima. Le zone di influenza cambiano rapidamente, gli sconfinamenti provocano battaglie che possono durare anche diversi giorni. A Tijuana, principale porta d'accesso agli USA dalla costa ovest, i morti ammazzati dall'inizio dell'anno sono più di trecento. Comanda la famiglia Arellano Felix, l'esercito ha mandato duemila soldati, gli scontri a fuoco sono all'ordine del giorno ma poco cambia. Negli ultimi anni è aumentato anzi lo spaccio sul territorio per il quale si usano ragazzini dai dodici anni in su, i cosiddetti “narconiños”; i più scaltri diventano soldati del Cartello, pochi si godranno la vecchiaia. La grande forza del “NarcoStato” è quella di reinventarsi tutto il tempo. Negli ultimi tempi i boss hanno investito molto sull'eroina, con un consistente aumento delle zone coltivate al punto che il Messico è diventato il sesto produttore mondiale, e hanno posto più attenzione al mercato europeo, grazie all'euro forte sul dollaro. Hanno anche alzato il livello di scontro le forze di polizie: quando la corruzione non basta arrivano i raid ai commissariati, le teste tagliate di agenti ed esposte in piazza, le bombe e i messaggi intimidatori che toccano anche i comandanti. II proventi vengono riciclati in patria o all'estero; grattacieli nel centro di Monterrey, hotel di lusso nella penisola della Yucatan, svariate attività nelle capitali sudamericane, proprio come facevano i boss colombiani vent'anni fa. Anche a Washington si sono resi conto, con un po' di ritardo, che il vento stava girando. Il congresso USA ha varato un piano da un miliardo e mezzo di dollari in tre anni che dovrebbe aiutare gli sforzi del presidente Calderon. Ma fino a quando la domanda e i valori di mercato, al di là della frontiera, continueranno a crescere la guerra della droga resterà drammaticamente conficcata nel cuore del Messico.

1 comment:

Anonymous said...

Che, no hay mucha actividad por ahí... A ponerse las pilas Guanella!